
Titolo originale: Il Decameron
Regia: Pier Paolo Pasolini
Cast: Ninetto Davoli, Franco Citti, Pier Paolo Pasolini
Musiche: Ennio Morricone
Produzione: Italia 1971
Genere: Commedia
Durata: 100 minuti
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Interpretazione: ![]()
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Trama
Napoli. Un ragazzo viene derubato da una cortigiana e diventa ladro a sua volta; un ortolano si finge sordomuto per entrare in un convento di suore; una donna convince il marito ad entrare in un orcio, mentre ella si intrattiene con l’amante; un usuraio diventa santo con l’inganno; un allievo di Giotto deve dipingere la cappella della Chiesa di Santa Chiara; la giovane Caterina incontra il suo amato sul balcone, ma i genitori la scoprono e colgono così l’occasione per maritarla; tre fattori sorprendono la sorella a letto col garzone e uccidono l’uomo in un bosco; un contadino cerca di carpire il modo per far diventare la propria moglie una cavalla; due amici discutono sulla lussuria; il pittore finisce l’opera.
Recensione
Uno dei più valenti scrittori e registi del nostro cinema dirige ed interpreta il primo capitolo della celeberrima “Trilogia della vita”, proseguita con “I racconti di Canterbury” e completata con “Il fiore delle mille e una notte”. “Il Decameron” mette in scena alcune novelle tratte dal capolavoro letterario di una delle tre corone del ‘300, Giovanni Boccaccio. Pasolini ambienta la sua trasposizione cinematografica in una Napoli ancora arcaica ma già centro di curiosi episodi che non disattendono la sua natura odierna di città popolare e caratteristica. Il regista emiliano costruisce una catena di aneddoti che uniscono motivi drammatici a cliché comici, originando una commistione di generi unica ed assolutamente originale, emblema manifesto di uno stile colto e solo apparentemente futile. Oltre le ingiustificate critiche mosse a Pasolini da parte dei principali movimenti politici degli anni ‘70, che accusavano il cineasta di offesa del pudore e disimpegno ideologico disonorevole, il panorama culturale che viene presentato allo spettatore parla senza alcun indugio di valori sociali alti e significativi, tali per cui “Il Decameron” non va che inserito in un contesto di profonda libertà espressiva in grado di giungere ad una struttura filmica resa contenitore solido di codici d’immagine esulanti da una radicalità chiusa e tipica dell’epoca. Pasolini, già autore di numerose opere letterarie ampiamente meditative, da spazio al potere del grande schermo, offrendo una visione grottesca e talvolta controversa del suo modo di pensare e concepire il mondo collettivo. La sua cinepresa si immerge in un sistema che privilegia indubbiamente il vivere sociale, focalizzando però l’attenzione sull’emarginato che tenta di nascondere la sua inettitudine con fare spavaldo ed espedienti da locanda. Le novelle raccontate costituiscono in realtà storie di vita, da qui il valore attribuito con altisonanza filosofica alla suddetta trilogia, e tutte sono contraddistinte innanzitutto dalla loro brevità, efficace, funzionale, riflessiva. Ognuna di esse reca in sé dei significati quasi escatologici: nel primo episodio Pasolini dimostra come l’ingenuità non paghi e porti un animo tranquillo alla corruzione e al peccato; nel racconto dell’ortolano l’intenzione di evidenziare le debolezze umane legate al desiderio risulta assai evidente; in quello dell’usuraio divenuto santo, Pasolini osa di più e contesta una chiesa che grida alla santità al fine di convincere il popolo a seguire una voce veicolata e spesso ingannevole; Caterina e l’usignolo presenta un notevole carico di provocazione che gioca con il doppio senso e l’interesse del maritare; l’episodio dei tre fratelli è invece crudele e impietoso, e le conseguenze del terribile delitto compiuto portano la sorella innamorata a qualcosa di ancor più sconcertante, costituito dal sotterrare la testa dell’amato nel vaso di una pianta e riporla sulla finestra; infine il racconto dei due amici dà voce al pensiero primo di Pasolini, che dichiara l’atto sessuale una pulsione naturale dell’uomo e rifiuta la convenzione del considerare la lussuria un peccato. Nel mezzo di questi aneddoti simbolici si incastra la storia del pittore, interpretato dallo stesso Pasolini, che si inserisce personalmente per apporre la propria firma su un’opera coraggiosa e intrigante. Lo stile registico del cineasta verte su una concezione del tutto particolare di rappresentare la società e i suoi intimi anfratti: Pasolini mostra senza paura e con cognizione di causa i corpi nudi dei suoi personaggi e i falli in primo piano, invitando lo spettatore a liberarsi dai falsi pudori e dai vincoli sociali. Con ciò il regista non legittima il reato, sia inteso, ma vorrebbe sradicare quei luoghi comuni che affliggono il vivere collettivo. “Il Decameron” conta tra le sue fila personaggi caratterizzati dalla propria palese bruttezza, e con questo Pasolini rende merito al concetto di uomo a prescindere dalla sua esteriorità, la bellezza per lui non ha nessun significato, egli si disinteressa della vanità e del porsi conveniente, bensì ricava un ritratto sociale che nel canto popolare trova il suo inno sinottico adatto e rassicurante.
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